Dibattito dalle pagine de “La Stampa”- Il ruolo delle città

2 04 2007

Pubblico un batti e ribatti apparso sulle pagine de “La Stampa” sul tema delle città, dibattito aperto dal prof. Rodolfo Zich dell’ISMB di Torino.

“LA STAMPA” 12.03.2004
È la città a fare l’Europa


L’UNIONE europea si può definire a pieno titolo un sub continente urbano: quattro quinti della sua popolazione vive nelle città ed è quindi nelle città che vanno trovati i motori del cambiamento e di un futuro di sviluppo dell’Europa che abbia nella conoscenza il suo asse principale.
Riprendendo le parole di Robert Goodman in The Last Entrepreneurs: America’s Regional Wars for Jobs and Dollars (1979), le città possono diventare il «nuovo imprenditore», nel senso che, pur possedendo meno poteri e mezzi dei governi nazionali, hanno la flessibilità necessaria a consentire gli opportuni adattamenti a condizioni (dei mercati, della tecnologia e della cultura) in continuo mutamento. Esse hanno infatti la dimensione e le caratteristiche potenziali per offrire risposte capaci di generare progetti di sviluppo con obiettivi concreti, come per negoziare con le imprese multinazionali, per incentivare la crescita della piccola e media impresa endogena e, più in generale, per creare le condizioni che attraggono nuove forme di ricchezza, di potere e di prestigio. Il contesto urbano è dunque oggi un terreno adeguato per una compiuta applicazione della nozione di sussidiarietà, se si riesce ad attribuire alle aree metropolitane un ruolo centrale nel supporto alla propria trasformazione. Per farlo dobbiamo però compiere quelle scelte che consentono di reinventer la ville: con uno slogan, potremmo dire che dobbiamo riuscire ad aiutare le città ad aiutare sé stesse. E’ un impegno forte, che può trovare adempimento solo se viene soddisfatta la condizione di un coinvolgimento diretto ed esteso dell’intera società locale, in tutte le sue espressioni istituzionali e non, pubbliche, private e del terzo settore.

Se ci muoviamo in questa ottica, potremo utilizzare al meglio tutte le potenzialità offerte dalla città. La città, come contenitore di reti di relazioni e come dimensione idonea di governo, può infatti essere il luogo par excellence in cui si possono strutturare ed alimentare i processi di creazione, trasmissione e consumo della conoscenza. In questa prospettiva il contesto urbano è il quadro più appropriato per sviluppare l’attivazione di processi formali ed informali di interazione tra i diversi soggetti che – a vario titolo e con ruoli e funzioni differenziati – possono concorrere a innescare e trasmettere la conoscenza ed a trasformarla così in asset fondamentale cui basare lo sviluppo economico e sociale di un territorio. Ovviamente la agglomerazione non è sufficiente per se a sostenere processi di sviluppo fondati sulla conoscenza, se non si riesce ad aggiungere ad essa l’attivazione dei processi sopra richiamati: se l’innesco di queste interazioni si realizza, allora la prossimità geografica può dare luogo ad una innovazione basata sulla condivisione di norme comuni, regole formali ed istituzioni a supporto di processi collettivi di produzione, distribuzione ed apprendimento della conoscenza e di incentivazione dei flussi relazionali tra i diversi attori del contesto metropolitano, contribuendo in questo modo ad accrescere il livello di competitività del sistema locale.

Ma un processo di questo genere non si realizza se non si riescono a utilizzare appieno tutte le energie sociali e creative presenti nel territorio: non si può pensare di lasciare l’innovazione libera di generare nuove forme di esclusione, perché i suoi costi di medio e lungo periodo finirebbero per ricadere sul successo stesso del processo innovativo. Del resto, solo dando voce e sostegno a quella parte della società che si esprime attraverso un impegno diretto e cooperativo nel campo della solidarietà e dell’inclusione sociale è possibile ridurre quella fragilità che, secondo molti studiosi, è uno dei tratti emergenti della società post-fordista. Non bisogna dimenticare che l’obiettivo principale di un processo di crescita della città knowledge-based è quello di assicurare a tutti i cittadini un miglior livello della qualità della vita, come del resto è esplicitamente indicato dalla strategia di Lisbona. Dobbiamo dunque riuscire a coniugare la capacità di promozione e sostegno dell’innovazione produttiva con l’impegno per la coesione sociale, consapevoli che questo non è soltanto un fondamentale imperativo morale, ma anche una scelta opportuna per lo stesso destino di un’economia informazionale. La tecnologia è importante, ma da sola è insufficiente a garantire processi di sviluppo di lungo periodo. Essa deve essere complementata ed alimentata da altri fattori quali cultura, qualità e tenuta (cioè coesione) dell’ambiente, che solo la città, come attore collettivo e contenitore istituzionale, è in grado potenzialmente di offrire.

E’ questa la direzione che intende assumere la città di Torino, con l’avvio di un articolato insieme di iniziative tra cui primeggia il progetto di creazione di un distretto centrato sulle nuove applicazioni dell’ICT nel campo delle tecnologie wireless che, per dimensione di investimento finanziario e caratteristiche degli attori coinvolti, rappresenta al momento un area d’intervento particolarmente significativa e strategica per Torino e per la nazione nel suo complesso.

Sul questi temi il professor Zich, vice presidente di Torino Internazionale, ha svolto un ampio intervento ieri al meeting fra le grandi città europee (Lione, Bilbao, Manchester e Vilnius, oltre a Torino) organizzato nell’ambito del Mipim di Cannes (Mercato internazionale della proprietà immobiliare), con la partecipazione anche di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino, il quale ha parlato in particolare delle attività di «rigenerazione urbana» che sono legate alle Olimpiadi del 2006.

Rodolfo Zich

PERCHÉ UNA METROPOLI DIVENTA «APPETIBILE»
La forza delle città? È la foga dei cervelli

Le città sono i «nuovi imprenditori» dell’Europa – scrive Rodolfo Zich sulla Stampa (12 Marzo). Siamo d’accordo. Sorge però spontanea una domanda: oggi, in una società post-industriale, quali sono i fattori che governano il successo o il decadimento di un’area urbana? Si tratta di un tema scottante negli Stati Uniti dove, all’interno del medesimo contesto economico, si trovano fianco a fianco città in piena espansione, negli ultimi anni al centro di veri e propri rinascimenti urbani, e città in grave ed inesorabile declino. Tra le prime: Seattle, Boston, Atlanta. Tra le seconde: Detroit o Cleveland. Com’è possibile? La risposta, secondo una parte consistente degli studiosi, si può riassumere in due parole: brain gain e brain drain. Le «brain gain cities» sono quelle che riescono ad attrarre cervelli, giovani laureati brillanti e di talento capaci di diventare imprenditori di sé stessi. Le «brain drain cities», al contrario, sono quelle da cui questi giovani fuggono, impoverendone il tessuto sociale e inibendone le capacità di sviluppo. Le differenze tra questi due tipi di città tendono spontaneamente ad accentuarsi: le prime fanno da assi pigliatutto, visto che la presenza una popolazione giovane e brillante le rende di per sé appetibili e «di tendenza», creando circoli virtuosi che si autoalimentano.
L’ipotesi di partenza è che, ai fini della crescita economica, le produzioni industriali di beni tradizionali – quelle che hanno fatto il successo dell’Italia del dopoguerra – contino sempre di meno, visto che possono essere realizzate a costo minimo da un robot o, in alternativa, da un operaio cinese. E che pertanto la creazione di ricchezza risieda ormai soprattutto nella capacità di reinventare i processi produttivi e stimolare l’innovazione. E’ necessario quindi creare le condizioni favorevoli per attirare giovani di talento capaci di produrre nuove idee. O, in altri termini, per far crescere quella che Richard Florida, professore alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, ha definito La classe creativa (Mondadori, 2003). Per certi versi sembra quasi un revival dell’utopia situazionista degli anni cinquanta, in cui un homo ludens, affrancato dal lavoro fisico grazie all’automazione totale dei cicli produttivi, poteva concentrarsi sui processi dell’arte e dell’ideazione. La vulgata situazionista, però, aveva portato a intendere l’attività creativa quasi come un esercizio da terrazza romana, senza mettere in conto il fatto che il lavoro intellettuale serio ha bisogno di un ambiente di lavoro competitivo e ben definito e può essere spossante quanto, se non più, di quello fisico.
I nuovi centri globali di elaborazione delle idee, motori della crescita economica, sembrano essere oggi distretti superefficienti, al lavoro senza interruzioni. Tra i modelli del recente passato si possono ricordare la Silicon Valley californiana o la Route 128 del Massachusetts. Mentre, guardando in avanti, si scorgono in diverse parti del mondo i primi segni di quella che potrebbe essere la prossima generazione di ideapoli. Singapore sta lanciando in questi mesi la nuova città satellite One North (così chiamata perché un grado a nord dell’equatore), progettata dall’architetto decostruttivista londinese Zaha Hadid, come un magnete per far incontrare «una massa critica di talenti, imprenditori, scienziati e ricercatori». Le ragioni del progetto sono state sintetizzate di recente dal primo ministro Goh Chok Tong: «Oggi la ricchezza si produce generando nuove idee, più che lavorando su idee altrui». La prima fase di One North, che consiste in un centro di ricerca nelle biotecnologie (denominato Biopolis) e in un complesso dedicato alle arti, è già in funzione. Mentre è in costruzione il nuovo distretto Fusionpolis: un complesso di grattacieli con uffici, residenze, laboratori di ricerca, giardini pensili e spazi pubblici che dovrebbero fungere da catalizzatori per lo scambio di idee e conoscenza. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il progetto del Mediapôle de la Roubine, portato avanti dalla città di Cannes in collaborazione col Massachusetts Institute of Technology di Boston, utilizzando le nuove tecnologie dell’informazione per modificare la struttura urbana e renderla competitiva nell’attrarre la «nuova classe creativa». In questo contesto, come si posizionano le città italiane? Da un lato i loro punti forti tradizionali, come la bellezza dei centri storici, l’elevata qualità della vita, la piacevolezza del clima e le loro ricchezze enogastronomiche ne potrebbero fare degli attori di primo piano nella corsa globale al brain gain. Ma dall’altro esse scontano i problemi del Paese: la scarsa cultura del rischio imprenditoriale (sostituita dalla più comoda e anacronistica ricerca del posto fisso, anche in ambito universitario), la chiusura verso la diversità, una gerontocrazia paralizzante, scarsi investimenti in ricerca e innovazione e il problema endemico dell’emigrazione intellettuale (la cosiddetta «fuga dei cervelli»). Che cosa prevarrà? La sfida è ancora aperta. Ma è in base a questi parametri che le nostre città, e il Paese nel suo complesso, si giocheranno nei prossimi anni il loro piazzamento nella mutevole geografia della globalizzazione.
ratti@mit.edu Mit Boston


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